di Sara Manzardo

È di questi giorni la notizia di una nuova e importante presa di posizione contro il terrorismo e il fondamentalismo islamico. La firma della Dichiarazione di Islamabad, siglata da più di 500 predicatori islamici pakistani, rappresenta un segnale forte per la comunità internazionale e ci offre l’occasione di soffermarci su quello che soprattutto negli ultimi decenni risulta essere uno dei più grandi ostacoli, se non l’ostacolo per eccellenza, al mantenimento della sicurezza internazionale, alla libertà religiosa, al rispetto dei diritti umani.

Quello riguardante il fondamentalismo è un dibattito particolarmente acceso, ma forse ancora troppo superficiale. Se da una parte non mancano segnali di speranza di uomini e donne musulmani che apertamente si schierano contro il terrorismo e contro la violenza perpetrata in nome della religione, dall’altra preoccupa la tendenza a relegare gli atti di terrorismo e di fondamentalismo in generale a singoli episodi eccezionali che nulla hanno a che vedere con l’Islam, da molti definita “religione di pace”.

Eppure si tratta di un fenomeno che apertamente dichiara e dimostra di appartenere ad una visione della religione e della politica drammaticamente coerente ad un certo tipo di Islam che, sebbene non predominante, è sicuramente diffuso. Il fascino di un ritorno alle origini gloriose dell’Islam, la lotta comune contro quelli che vengono considerati i nemici della religione, la concezione che scaturisce dalla tradizione islamica riguardo al tema del martirio. Sono solo alcune delle maggiori problematiche che la comunità islamica deve affrontare oggi.

Sebbene il terrorismo non possa essere considerato espressione della spiritualità islamica, quanto piuttosto una sua deriva ideologica, non si può negare che la cosiddetta “mistica del jihad”, quello sforzo a cui ogni buon musulmano è chiamato, propone e giustifica la ricerca di una morte volontaria per combattere ciò che viene identificato come “nemico” dell’Islam. Un nemico sulla base di motivi religiosi – e identificabili in una certa lettura del Corano – nell’Occidente, nel colonialismo, nelle altre religioni, nell’abbandono dell’Islam, nella blasfemia.

La riflessione sul fondamentalismo religioso non può quindi accontentarsi di una condanna, seppure significativa come quella di Islamabad, se allo stesso tempo esclude un’approfondita indagine di quelle che sono le radici e le cause reali di un fenomeno in espansione. La presa di posizione dei cosiddetti musulmani moderati di fronte agli episodi di combattimento e al processo di formazione di una “spiritualità del martirio” – strettamente legata al jihad e alla lotta santa per la testimonianza di fede – rivela la necessità più o meno riconosciuta di un approccio diverso alla religione, che è innanzitutto un nuovo approccio ermeneutico.

Proprio l’ermeneutica, cioè l’interpretazione, può essere interiorizzata dal pensiero islamico a partire dal confronto con la pratica filosofica e teologica cristiana e occidentale. Un processo complicato, perché a monte vi è la mancanza di un’unità di pensiero riguardo alla Scrittura e alla sua possibile interpretazione e contestualizzazione, ma che in un certo senso può iniziare a prendere forma proprio all’interno del dialogo tra fedi.

Se con il terrorismo non si può in alcun modo instaurare un dialogo, poiché manca la reciprocità di conoscere e arrivare insieme alla Verità, il dialogo tra fedeli di religioni diverse può invece rispondere in modo efficace al bisogno dell’Islam di ricercare nuove modalità e nuovi approcci al tema del sacro e della tradizione religiosa.

Una sfida complessa, per la quale non è più possibile limitarsi a un dialogo di facciata ma che richiede al contrario una particolare sincerità, una costante chiarezza nei termini e nei valori, una salda perseveranza nella volontà di ricercare ciò che in una tradizione religiosa è buono e di rigettare con forza ciò che invece, in nome di un’ideologia, guarda con disprezzo l’uomo che ha di fronte.

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