di Sara Manzardo

La riflessione sul femminile dal punto di vista culturale non può prescindere da una consapevolezza che ne è alla base: in ogni contesto culturale e in ogni religione, la donna trova il proprio spazio anche in rapporto alla visione e alla considerazione che l’uomo – ovvero l’altro protagonista della dualità che caratterizza il genere umano – ha sviluppato nei suoi confronti. Detto in altri termini, non si può parlare della donna se non inserendola nella relazione con l’uomo, e viceversa.

Questo punto di vista si propone come una possibile chiave di lettura per meglio comprendere l’apporto della religione nella risposta alla domanda sulla donna, a partire dai tre grandi monoteismi, che senza dubbio hanno avuto e continuano ad avere in Occidente una grande influenza nel dibattito culturale riguardante il femminile.

Prima fra tutte, la religione cristiana ha introdotto per la prima volta nella storia l’adozione di un rito di iniziazione e ammissione nella comunità uguale sia per gli uomini che per le donne, ha condannato l’infanticidio (che nella maggior parte dei casi riguardava le femmine) e ha stabilito la pari dignità degli sposi definendo il carattere monogamico e indissolubile del matrimonio, trasformando così una volta per tutte la concezione della dignità della donna, la quale era considerata giuridicamente e socialmente marginale e inferiore nelle evolute civiltà greca, romana, germanica e in un certo senso – anche se in termini molto minori – perfino nella cultura ebraica dell’epoca.

Se il cristianesimo risulta essere l’“evento” che più ha contribuito ad una nuova visione della donna negli ultimi duemila anni, grazie soprattutto alla figura di Maria che ha riscattato il femminile portando la donna ad un livello di considerazione e di rispetto mai visti nella storia delle culture, oggi è anche il contatto tra la cultura occidentale e la cultura arabo-islamica, spesso controversa, a costituire un nuovo stimolo di riflessione che non può essere ignorato.

L’idea di donna “creata” da Dio e posta accanto all’uomo è, come ben sappiamo, una concezione ebraico-cristiana. Nel cristianesimo la differenza tra maschile e femminile non viene data in opposizione, mentre la tradizione islamica – alla quale va comunque riconosciuto il merito di aver migliorato la condizione della donna rispetto all’epoca della jahiliyya – fatica a riconoscere la parità della donna rispetto al suo corrispettivo maschile.

Nel racconto coranico della creazione di Adamo ed Eva l’armonia originaria è mantenuta e non vi è riduzione del valore della donna, ma non è raro che l’esegesi abbia spiegato la creazione della donna come derivazione della stessa dall’uomo, rivelando la necessità di essere “rinchiusa” e isolata, quando in realtà il testo coranico indica con il termine ghayb (lett. nascosto) la natura della donna che come Dio è chiamata a “custodire” se stessa e il Mistero e non tanto ad essere “custodita” da altri, nel suo significato di reclusione e segregazione nei confronti dell’uomo.

Nella pratica, però, è la stessa Tradizione profetica a giustificare l’occultamento della donna e la necessaria ubbidienza al marito, quest’ultima considerata come precetto e obbligo tipicamente femminile, al pari del jihad che per gli uomini è via preferenziale per accedere alla ricompensa divina. Quest’obbligo di obbedienza è giustificato dalla necessaria devozione al marito in cambio della sua protezione, ma anche da una concezione di inferiorità della donna nei confronti del sesso maschile, come esplicitamente espresso nel Corano (Q 2,228). Basti pensare che grado di inferiorità della donna si ritrova nella legislazione coranica, nella minore capacità giuridica della stessa: per fare un esempio, la testimonianza di una donna in tribunale vale la metà di una testimonianza maschile.

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