di Sara Manzardo

Il fenomeno dell’immigrazione assume oggi un’importanza tale nel dibattito pubblico da non poter essere ignorato. Un tema caldo e sempre attuale, di cui sappiamo molto grazie ai giornali e ai social, ma di cui forse non conosciamo la vera portata. Si sa che ogni testata segue la sua linea politica o ideologica, più o meno velatamente e che, se usati male, i mass media possono diventare i veicoli privilegiati per la diffusione di sentimenti di paura, di rabbia, di frustrazione e di pessimismo nei confronti del presente e del futuro.

Questo perché la quantità e l’insistenza possono banalizzare la notizia, con la conseguenza di farla finire nel dimenticatoio quando l’emergenza diviene fenomeno radicato, ma anche perché necessariamente l’informazione si fa voce di messaggi politici ed ideologici allineati con uno o con l’altro pensiero.

Secondo Bauman, “il mondo in cui viviamo è inadatto alla solidarietà umana”, poiché “favorisce la divisione al posto della cooperazione e dell’integrazione, l’invidia al posto della partecipazione/comprensione, le orecchie tappate alla comunicazione e al dialogo, il lavarsene le mani alla responsabilità”.

Se da una parte questo è frutto di un individualismo esasperato sempre più diffuso – denunciato peraltro dallo stesso sociologo all’interno del suo più ampio ragionamento sulla società liquida -, dall’altra è necessario notare come l’individualismo contemporaneo sia alimentato dall’una e dall’altra ideologia politica e amplificato da un giornalismo che accentua, semplificandole in modo grossolano, le divisioni e le divergenze di pensiero.

Vista la portata e l’influenza sempre maggiore che l’informazione ha nella formazione dell’opinione pubblica e del pensiero della popolazione, risulta necessario un ripensamento della comunicazione, in modo che possa favorire lo sviluppo e l’integrazione dei popoli.

In primo luogo, sarebbe auspicabile una maggiore chiarezza sia per quanto riguarda la forma sia per quanto riguarda il contenuto dell’informazione: nel 2011, l’European migration network, che fa capo al Ministero dell’interno, ha pubblicato delle linee guida per il giornalismo, mettendo al bando espressioni come “clandestino”, “extracomunitario”, “rimpatrio” per sostituirle con le più politically correct “cittadino di un paese terzo presente irregolarmente”, “persona non in possesso della nazionalità di uno Stato Membro” e così via, per ben trecento termini.

Il risultato che si può notare negli ultimi anni, in realtà, appare allineato con questa strategia, che se ha avuto il merito di abbassare la frequenza e l’abuso di certe espressioni utilizzate in modo a volte offensivo, ha anche dato il via alla pessima abitudine di parlare del fenomeno della migrazione bandendo certi termini e sostituendoli con definizioni scorrette e inadeguate, sulla base del politicamente corretto.

Oltre al linguaggio, anche il contenuto dell’informazione su questo tema aumenta la confusione e la disinformazione, dividendo il pubblico tra “favorevoli” e “contrari” a tutti i costi, tra “buoni” e “cattivi”, di fronte a un fenomeno estremamente tragico e contraddittorio. La spettacolarizzazione del fenomeno migratorio e l’esaltazione di un certo modello di accoglienza possono avere gli stessi tragici risultati del bombardamento ideologico che ghettizza lo straniero come “delinquente per definizione”, in quanto entrambe queste tendenze generano confusione, disinformazione, generalizzazione e, quindi, divisione. Una divisione tra italiani e stranieri, ma anche tra italiani, e tra esseri umani in generale.

Come fare, dunque, perché il giornalismo non sia veicolo di ideologia ma fonte di reale informazione? Due, a mio avviso, possono essere le strategie da mettere in atto.

Innanzitutto una maggiore chiarezza di linguaggio e una maggiore trasparenza nei contenuti dell’informazione, la quale deve saper mettere in luce gli spetti positivi e gli aspetti negativi del fenomeno, a maggior ragione se il fenomeno in questione presenta una così grande complessità. In questo modo sarà più facile non dare troppa voce alle ideologie e permettere al pubblico di sviluppare una capacità critica in grado di comprendere meglio la realtà e di distinguere tra i fatti e le persone che vi stanno dietro.

In secondo luogo, occorre lavorare su un aspetto forse un po’ più complicato, anche se dovrebbe essere il più naturale: in un mondo in cui solo il male fa notizia, l’informazione dovrebbe tentare di dare voce anche alle esperienze di cooperazione, di bene, di dialogo, di vera integrazione, non per colpevolizzare gli esempi cattivi, ma per mostrare quei semi di speranza e di fiducia che possono accomunare, per una volta, diverse fazioni e diverse opinioni, proponendo esempi di umanità che sa superare le divisioni imposte e operare per il bene con creatività.

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