di Sara Manzardo

Di diritti umani e Islam si parla molto, soprattutto in un contesto come quello attuale, in cui la convivenza di culture diverse mostra i suoi lati più complicati nel momento in cui entra in gioco il tema dei diritti. Senza voler generalizzare o semplificare le diverse sfaccettature che il pensiero islamico assume, è curioso partire da una domanda fondamentale: i diritti umani che noi abbiamo adottato possono essere definiti “universali”?

È necessario, quando si parla di diritti umani, prendere in considerazione il contesto storico, culturale e politico in cui si è sviluppata la formazione di un determinato “codice” che ha portato alla definitiva Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, nel 1948.

Se la precedente Dichiarazione, scritta in Francia in seguito alla Rivoluzione Francese, era rivolta in modo speciale al cittadino, con una chiara sottolineatura al carattere individualistico e un riferimento alla sovranità nazionale, la nuova Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo nasce da un contesto post bellico in cui si ritiene urgente definire in qualche modo le basi per una legislazione universale attenta alla dignità del singolo individuo, e non solo alla stabilità e alla sovranità delle nazioni.

Certamente si tratta di un progetto ambizioso, nato in seno ad una specifica cultura, che ha voluto in qualche modo proporre un modello giuridico dichiarandolo universale. È possibile leggere nella Dichiarazione Universale dell’Uomo i presupposti culturali tipici delle radici storiche, religiose e filosofiche che hanno condizionato la formazione dell’Occidente, in particolar modo per quanto riguarda la filosofia greca, il diritto romano e la tradizione ebraico-cristiana.

Questo non significa che la Dichiarazione abbia un contenuto riservato solamente all’uomo occidentale, o che non possa essere compresa e condivisa da altre culture: al contrario, proprio perché frutto di un processo culturale così importante, può e deve essere valorizzata e condivisa in una riflessione comune, e allo stesso tempo può essere continuamente approfondita in un percorso fondato sulla dignità dell’essere umano.

Allo stesso tempo, però, questi presupposti obbligano a riconoscere i limiti di una giurisdizione che nel definirsi universale deve fare i conti con una differente concezione dell’uomo, della comunità e della legislazione stessa che altre culture presentano. Una fra tutte, la cultura arabo-islamica, che oggi rimane al centro del dibattito per quanto riguarda la sfida dei diritti umani.

Prendendo in considerazione questo esempio emblematico e del tutto particolare, si può da subito notare come ci siano delle differenze sostanziali che non possono essere ignorate: innanzitutto, per l’islam, la fonte di tutti i diritti è Dio stesso, il quale li rivela attraverso la Shari’a. Ecco che la condivisione di certe norme considerate dalla nostra cultura come universali deve fare i conti con una legislazione divina che si fonda, almeno in origine, su una triplice disuguaglianza tra musulmano e non musulmano, tra uomo e donna, tra libero e schiavo.

Furono proprio i paesi musulmani a mettere in discussione l’universalità della dichiarazione, vista come un frutto della cultura occidentale la cui tendenza – soprattutto agli occhi dei paesi con un passato coloniale – è quella di imporre valori e norme; per questo, nel 1990, con la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani nell’Islam si definì come i diritti umani fossero già contenuti nella Shari’a.

Una riflessione necessaria riguarda quindi a questo punto anche il concetto di “universalità”, del tutto differente dal concetto occidentale che risente del pensiero cristiano: nell’art. 10 della Dichiarazione islamica si dichiara che “l’Islam è la religione naturale dell’uomo”, ribadendo la tendenza tipica dell’Islam a ricondurre l’uomo alla Umma come condizione necessaria per la piena acquisizione dei diritti.

Se nel cristianesimo – e quindi in tutta la cultura filosofica che ne deriva – è l’individuo ad essere dotato di responsabilità, libertà, ragione, discernimento, nell’Islam il centro è spostato verso la comunità e un allontanamento da essa significa la perdita di determinati diritti. Da qui si può iniziare a riflettere su uno dei limiti che vengono riconosciuti alla Dichiarazione dei Diritti Umani, cioè l’individualizzazione, o meglio il riconoscimento di un individuo e non di una persona in relazione con altre.

Un grande problema che emerge quando si parla di diritti umani, infatti, riguarda il significato stesso di questa espressione. L’occidente ha ormai identificato i diritti umani con la lotta per la libertà individuale e la giustizia sociale. Nel gergo colloquiale, ma ormai anche giornalistico e politico, si parla di diritti umani riferendosi ai diritti civili, alla legalizzazione di certe pratiche come l’aborto o di vittorie sociali che, giuste o sbagliate che siano, riguardano quasi esclusivamente l’individuo. Al contrario, è comune vedere come altre culture e altri modi di intendere l’umano e la sua libertà mostrino un’attenzione al gruppo, alla comunità, all’insieme di persone come garanzia di diritti per il singolo.

In realtà la generalizzazione – cioè la concezione dei diritti come attributi di una società o di un gruppo senza il quale l’individuo non esiste –, così come l’individualizzazione – che descrive l’uomo come individuo a cui appartengono certi diritti –, non possono essere visioni esaustive e non possono essere, quindi, universali.

Forse l’unica strada per una reale condivisione di un’etica e per un integrale riconoscimenti di valori e diritti umani universali, è riflettere sulla relazione tra le persone e sulla loro intrinseca dignità. Una nuova consapevolezza delle radici storiche e filosofiche della nostra concezione di diritti umani e l’abbandono di un modo di pensare esclusivamente individualista possono essere i primi passi fondamentali per potersi relazionare con altri punti di vista e riflettere sull’universalità di certi diritti che devono sempre mettere al centro sia la persona umana e la sua dignità, sia il bene comune.

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