di Sara Manzardo

Uno degli aspetti centrali della mediazione culturale e religiosa è la continua ricerca di un punto d’incontro:

come nel caso della mediazione linguistica tutto è finalizzato alla comprensione del linguaggio e delle modalità di comunicazione attraverso l’adozione dello stesso codice linguistico, così nel caso della mediazione culturale – la cui situazione è per certi versi più complessa – vi è la ricerca di un “linguaggio” da utilizzare, che si compone di elementi non verbali e concetti legati ad un gran numero di fattori, determinati in gran parte dalle diverse culture e dalle tradizioni e credo religiosi.

Nelle dinamiche interculturali, la mediazione avviene solitamente tra culture diverse tra loro, attraverso la ricerca di punti d’incontro su cui instaurare un dialogo. Più facilmente questo funziona con i bambini e i ragazzi, proprio perché le diversità culturali vengono messe in secondo piano rispetto alle comuni esigenze che i ragazzini hanno.

Interessante è infatti notare come piccoli “esperimenti” di mediazione e di dialogo siano stati fatti nell’ambito del gioco, dello sport, dell’espressione artistica, delle materie più scientifiche e universali, che superano l’ostacolo linguistico e culturale. Ma non solo: la componente fondamentale di questo incontro tra coetanei non è tanto l’universalità di un determinato gioco, quanto la capacità ancora incontaminata del bambino di riconoscere l’identità di “bambino” nel suo compagno di giochi.

A partire da questa osservazione molto banale si può capire che è difficile – se non impossibile – instaurare un vero dialogo tra culture solo sulla base di interessi comuni o comportamenti e tradizioni simili. Innanzitutto è necessario definire un presupposto non del tutto scontato: ciò che noi chiamiamo “incontro”, ciò che costituisce l’obiettivo che la mediazione culturale si pone, ha come protagonista non tanto il confronto e l’avvicinamento di due mondi culturali diversi e spesso lontani, ma prima di tutto la persona umana.

Ecco che il ruolo principale del mediatore culturale può essere quello di intessere in prima persona relazioni autentiche per favorire l’incontro tra l’uomo e l’uomo, inserendo questo modus operandi nell’ottica più ambiziosa di collaborare alla costruzione di un’antropologia che metta veramente al centro l’Uomo e la sua identità di creatura.

Quando si parla di creaturalità, nonostante il termine abbia chiari rimandi ad un linguaggio teologico, si intende riconoscere la condizione comune a tutti gli uomini: questo riconoscimento viene fatto più o meno consapevolmente nel momento dell’incontro tra un individuo e un altro individuo che si riconoscono come persone nella propria identità specifica.

Il “codice linguistico” da utilizzare, nel caso della mediazione culturale, è quello che permette di parlare dell’uomo, con l’uomo. Di mettere al primo posto, cioè, la consapevolezza dell’originalità dell’uno e dell’altro, della dignità di ciascuno, dei tratti costitutivi comuni a entrambi, in un dialogo in cui l’identità e l’alterità sono strettamente legate ed interdipendenti.

Più dei bisogni primari e dello scambio di informazioni culturali – che restano elementi importanti nell’incontro tra culture – , il mediatore culturale e religioso è chiamato a lavorare sui desideri e le aspirazioni che distinguono l’uomo in quanto tale: a partire dalla relazione interpersonale fino ad una discussione antropologica più ampia, il protagonista deve sempre rimanere la persona umana.

È necessario forse costruire la relazione a partire da quelli che possiamo chiamare – usando un’espressione chestertoniana – i “primi fatti della natura umana”, su cui si è fondata la vita e la cultura di tutte le civiltà umane conosciute: la relazionalità, cioè il bisogno e il desiderio dell’altro, che si esprime nella costruzione di una comunità in cui l’uomo non sia lasciato solo ma soprattutto nella famiglia (che è presente in tutte le società a noi note, nella sua composizione soprattutto monogamica e indissolubile) caratterizzata dall’apertura alla vita, dall’amore, dal desiderio di maternità e di paternità.

Chi si occupa di mediazione culturale e religiosa dovrebbe avere l’ardire di osare il dialogo parlando della condivisione della gioia e del dolore, della vulnerabilità e della malattia, delle emozioni fondamentali, del desiderio di felicità e di affetto, del discorso sulla morte, sul lutto e sull’aldilà, del bene e del male, dell’eternità e della conoscenza di Dio, e di tutto ciò che di importante interroga da sempre la coscienza dell’uomo.

Sono argomenti per certi versi scomodi – proprio per la loro grandezza che non può essere circoscritta in un dialogo superficiale ma che mette in discussione l’individuo nelle viscere della sua identità di uomo – e per questo troppo spesso ignorati o trattati con leggerezza.

La formazione del mediatore culturale, invece, non può prescindere da un approfondimento delle strutture antropologiche fondamentali che accomunano tutti gli uomini e le donne di qualsiasi cultura e religione – che nella loro creaturalità condividono la stessa origine e termine dell’esistenza – con uno sguardo attento a tutto quello che compone l’universo delle relazioni umane, l’approccio alla sofferenza e alla paura, il desiderio di felicità, la relazione con il divino e le aspettative del futuro.

In termini molto pratici, il mediatore culturale ha il compito di intessere una relazione autentica basata sulla dignità intrinseca dell’uomo o della donna che gli sta di fronte, riconoscendone l’alterità e allo stesso tempo l’incredibile valore che accomuna ciascun essere umano.

La reciprocità del riconoscersi persona umana rende così molto più semplice il dialogo e la relazione garantendone una maggiore possibilità di successo in termini umani e personali.

Ne è un esempio – se vogliamo – la “mediazione culturale” più antica e più complicata di sempre, che ha come protagonisti due universi che differiscono nel modo di pensare, nel linguaggio, nel modo di agire, nel modo di esprimere bisogni e desideri. Se pensiamo alla relazione tra l’uomo e la donna, è più chiaro comprendere come il riconoscimento dell’altro come “creatura” con una dignità intrinseca e un valore incommensurabile sia la chiave per una comprensione autentica e profonda, che permette il consolidamento della propria identità di persona.

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