di Sara Manzardo

Chi è oggi il mediatore culturale? Cosa è chiamato a fare? Quali sono le caratteristiche che un mediatore deve avere per poter essere definito tale?

Per cominciare, sfatiamo un mito: un mediatore culturale non è un interprete o un traduttore. Oggi, in Italia, il lavoro di mediatore culturale non è sufficientemente riconosciuto e regolamentato e infatti l’iscrizione all’albo dei mediatori culturali è riservata solamente a persone di origine straniera, proprio per una questione di competenza linguistica a livello madrelingua che un italiano, seppure laureato in lingue straniere, non può avere.

È quindi frequente, anche a livello istituzionale, parlare di mediazione culturale confondendola con la mediazione linguistica, che è in realtà solamente una faccia della medaglia della mediazione. Un aspetto fondamentale, per ovvi motivi, in quanto ogni evento comunicativo di successo non può prescindere dalla reciproca comprensione e quindi dalla conoscenza delle lingue, ma che in realtà non è sufficiente al nostro scopo.

Ecco allora alcuni dei tratti più importanti che contraddistinguono – o dovrebbero contraddistinguere – il mediatore culturale, caratteristiche e attitudini così importanti da non poter essere ignorate da chi desidera mettersi in gioco in questo delicato e appassionante settore.

1.Il mediatore è una persona capace di intessere relazioni sane, di costruire ponti nella comunità e di facilitare la comunicazione tra le persone. Per ovvi motivi, l’aspetto relazionale non è scontato se si vuole intraprendere la strada della mediazione: ogni sana relazione umana, a maggior ragione se professionale, deve essere caratterizzata da una buona dose di attenzione, discrezione, empatia e cura dell’altro, senza lasciarsi travolgere dalle emozioni o voler avere il controllo della scena.

2.È consapevole della propria identità. Avere una chiara consapevolezza di chi si è, e una conoscenza approfondita della propria cultura e della propria religione è un requisito fondamentale per far sì che la mediazione – ma anche il dialogo in tutti i suoi aspetti – abbia successo e si svolga tra persone “intere”, consapevoli e capaci di un confronto che non le annienti.

3.Conosce in modo approfondito la cultura dell’altro. Naturalmente non è possibile avere una laurea in ogni lingua e cultura esistente sulla faccia della terra. Il mediatore, però, è una persona che sa continuamente mettersi in gioco per studiare, approfondire e indagare chi è l’altro, da dove viene, in cosa crede. È necessaria quindi una buona dose di curiosità e di intraprendenza, perché ogni uomo e ogni donna sono portatori di una cultura personale fatta di storie, tradizioni, religiosità e fatti vissuti.

4.Un mediatore che si rispetti punta a diventare un esperto antropologo. Il mediatore riconosce quei valori che accomunano ogni uomo e ogni società della terra, a partire dalla vita del singolo, della persona umana, fino ad arrivare alla fraternità, alla famiglia, alla comunità. In virtù di questi vede la persona concreta che ha di fronte come persona umana soggetto di diritti e di doveri, e sa inserirla nel contesto culturale, religioso e sociale in cui si trova.

5.Ha delle buone competenze linguistiche e comunicative. Se la lingua è fondamentale per poter comunicare, altrettanto fondamentali sono tutti gli aspetti comunicativi non verbali, gli atteggiamenti, la capacità di mettere a proprio agio le persone, la “vocazione” all’ascolto e alla comprensione dell’altro. Un mediatore culturale è anche un esperto in comunicazione, e il suo compito è proprio quello di favorirla e di facilitarla.

6.Il mediatore sa lavorare in équipe e sa coinvolgere le persone. Solitamente la professione del mediatore culturale è concepita come una professione solitaria e indipendente. In realtà, una vera mediazione non può contare solamente su un interprete, o su un esperto in culture africane, o su uno psicologo. Il mediatore culturale sa di non essere un pacificatore onnipotente, ma anzi, di dover collaborare con tutte le figure professionali necessarie al singolo caso. Se il mediatore è ormai da considerare necessario nel processo di integrazione tra culture, è importante ricordare che tutto il processo di mediazione culturale non può basarsi su un singolo, seppure formato ed estremamente competente, ma deve coinvolgere un’intera comunità di persone.

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